Analisi del discorso L’Èra nuova, pronunciato da Pascoli a Messina il 5 febbraio 1899, ma significativamente pubblicato nel 1900, a suggello del vecchio secolo e in apertura del nuovo. Si tratta di un momento cruciale nella riflessione pascoliana, in cui viene preconizzato il futuro della poesia: il poeta dell’Èra nuova, infatti, incarna il superamento del Fanciullino in quanto è portatore di un mutato rapporto con la realtà, dovuto alla rivoluzione epistemologica inaugurata dalle scoperte scientifiche di fine Ottocento. La concezione del passaggio dall’era illusiva, fondata su illusione e apparenza, all’era nuova, fondata su realtà e scienza, risente delle letture di Herbert Spencer, che nei Principi di sociologia aveva indagato le idee dei sogni nei popoli primitivi. A quel brano di Spencer Pascoli allude nel par. VI dell’Èra nuova, come dimostrano alcuni rimandi intertestuali, ma il poeta si discosta dall’antropologo inglese: per quest’ultimo, le idee metafisiche (quali l’anima immortale) sono frutto dell’evoluzione umana, e dunque rappresentano un’uscita dallo stato primitivo; per Pascoli, al contrario, l’uomo retrocede nel momento in cui rinuncia alla consapevolezza della propria mortalità («sapere di morte»). Altre spie all’interno dell’Èra nuova portano a riflettere sul rapporto con Leopardi, il cui pastore errante dall’Asia sembra ipostasi, agli occhi di Pascoli, del «momento tragico dell’uomo», ovvero l’istante in cui il primitivo si rese conto della propria mortalità. Anche il primo capitolo del saggio Psyche di Erwin Rohde, in cui vengono in parte riportate idee spenceriane, sembrerebbe presente nel par. VI dell’Èra nuova: ma la conoscenza del tedesco da parte di Pascoli resta ancora un punto irrisolto; alcune sue versioni francesi di poesie tedesche riportate nelle «carte Schinetti» provengono da un medesimo articolo della «Revue des deux mondes». Pascoli, nelle traduzioni omeriche, sembra tener conto delle idee di Rohde riguardo al concetto di psyché: ma un brano dello Zibaldone di Leopardi contiene già una critica all’attualizzante distinzione tra anima e corpo nelle traduzioni foscoliane e montiane dell’incipit dell’Iliade. Proponiamo, infine, una trascrizione dell’abbozzo relativo al par. VI dell’Èra nuova, riflettendo sul rapporto con la lectio ne varietur.

L’orazione messinese L’Era nuova: Pascoli, Rohde, Spencer e l’anima

SUPPA, FRANCESCA
In corso di stampa

Abstract

Analisi del discorso L’Èra nuova, pronunciato da Pascoli a Messina il 5 febbraio 1899, ma significativamente pubblicato nel 1900, a suggello del vecchio secolo e in apertura del nuovo. Si tratta di un momento cruciale nella riflessione pascoliana, in cui viene preconizzato il futuro della poesia: il poeta dell’Èra nuova, infatti, incarna il superamento del Fanciullino in quanto è portatore di un mutato rapporto con la realtà, dovuto alla rivoluzione epistemologica inaugurata dalle scoperte scientifiche di fine Ottocento. La concezione del passaggio dall’era illusiva, fondata su illusione e apparenza, all’era nuova, fondata su realtà e scienza, risente delle letture di Herbert Spencer, che nei Principi di sociologia aveva indagato le idee dei sogni nei popoli primitivi. A quel brano di Spencer Pascoli allude nel par. VI dell’Èra nuova, come dimostrano alcuni rimandi intertestuali, ma il poeta si discosta dall’antropologo inglese: per quest’ultimo, le idee metafisiche (quali l’anima immortale) sono frutto dell’evoluzione umana, e dunque rappresentano un’uscita dallo stato primitivo; per Pascoli, al contrario, l’uomo retrocede nel momento in cui rinuncia alla consapevolezza della propria mortalità («sapere di morte»). Altre spie all’interno dell’Èra nuova portano a riflettere sul rapporto con Leopardi, il cui pastore errante dall’Asia sembra ipostasi, agli occhi di Pascoli, del «momento tragico dell’uomo», ovvero l’istante in cui il primitivo si rese conto della propria mortalità. Anche il primo capitolo del saggio Psyche di Erwin Rohde, in cui vengono in parte riportate idee spenceriane, sembrerebbe presente nel par. VI dell’Èra nuova: ma la conoscenza del tedesco da parte di Pascoli resta ancora un punto irrisolto; alcune sue versioni francesi di poesie tedesche riportate nelle «carte Schinetti» provengono da un medesimo articolo della «Revue des deux mondes». Pascoli, nelle traduzioni omeriche, sembra tener conto delle idee di Rohde riguardo al concetto di psyché: ma un brano dello Zibaldone di Leopardi contiene già una critica all’attualizzante distinzione tra anima e corpo nelle traduzioni foscoliane e montiane dell’incipit dell’Iliade. Proponiamo, infine, una trascrizione dell’abbozzo relativo al par. VI dell’Èra nuova, riflettendo sul rapporto con la lectio ne varietur.
In corso di stampa
Pascoli e le vie della tradizione. Convegno Internazionale di Studicoli e le vie della tradizione. Atti del Convegno Internazionale di Studi
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